Liberamente obbligati a protestare

La prima settimana di università è stata dedicata tutta a questo progetto comune, chiamato DesignNOstop. Si trattava di esprimere dissenso e idee costruttive per l'università con cartoline, magliette e poster pieni di slogan. Arrivato il professore, la lezione inizia. Allo scattare del primo quarto d’ora, però, gli stessi studenti che impedivano l’accesso alla facoltà irrompono in classe, interrompendo il professore, e ci consigliano di lasciare l’aula poiché la protesta da loro portata avanti non permette lo svolgersi della didattica.
18 AGO 20
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Gentile Direttore,
Sono all’ultimo anno di università e ormai quel palazzo in Via Giuria 7 è un po’ come casa mia. In quelle aule sono cresciuta e ho incontrato compagni, professori e situazioni che indubbiamente hanno avuto un ruolo nella mia formazione scolastica e umana.
Così oggi, quando per entrare dalla porta d’ingresso ho dovuto questionare per farmi strada fra 5-6 studenti del primo e secondo anno che, dall’alto della loro esperienza universitaria, mi bloccavano la strada informandomi che “la didattica è sospesa e quindi non ti facciamo entrare”, mi sono sentita un po’ come sfrattata da casa mia.
Già un po’ insofferente per aver dovuto dare spiegazioni sul perché volessi entrare nell’edificio, salgo le scale che mi portano alle aule. In attesa del professore, mi confronto con i miei compagni, tutti alquanto infastiditi per il trattamento subito ma pronti per incominciare la lezione.
Arrivato il professore, la lezione inizia. Allo scattare del primo quarto d’ora, però, gli stessi studenti che impedivano l’accesso alla facoltà irrompono in classe, interrompendo il professore, e ci consigliano di lasciare l’aula poiché la protesta da loro portata avanti non permette lo svolgersi della didattica.
Il professore prova a parlare con loro, ricordando che lui sta svolgendo il proprio lavoro e che gli studenti hanno il diritto di poter seguire senza essere disturbati. La discussione prosegue: loro ci spiegano che solo interrompendo il normale svolgimento delle attività universitarie è possibile un cambiamento di questa riforma così tanto discussa, mentre noi cerchiamo solamente di ricominciare al più presto la lezione.
Alla fine abbiamo dovuto lasciare l’aula, uscire dall’edificio e andare a fare lezione all’interno di un bar, visto che i paladini del diritto allo studio e difensori ventenni dei ricercatori continuavano imperterriti a spiegarci le loro già più che chiare posizioni senza ascoltare quelle nostre e del professore.
Questa è l’università di oggi. Ma non è la mia università, non è l’università degli studenti che vogliono imparare, non è l’università dei professori che si riducono a fare lezione al tavolo di un bar. E’ l’università di pochi giovani ragazzi che, stanchi di fare il refresh sulla pagina di facebook, giocano a fare i sessantottini, ripetendo slogan preconfezionati e imbastendo discorsi disconnessi che talvolta stravolgono addirittura il vero senso della loro protesta. Ma siamo sicuri che un diciannovenne, appena uscito dalla scuola secondaria, sappia davvero cosa sia l’università? O forse, manipolando ragioni anche giuste di ricercatori e scienziati, gioca a fare l’universitario? Giochi pure, lui, ma non precluda a me e ai miei amici la possibilità di studiare.
Monica Vignati
Gentile Direttore,
mi sono presentato alle 8 di mattina per frequentare regolarmente la lezione di ingegneria civile, corso fondamentale per un ingegnere, presso la sede del Politecnico di Torino. L’aula, come sempre durante il corso, si è gremita di studenti. Quando il professore è entrato in aula ha dichiarato che non avrebbe fatto lezione, non per scioperare o manifestare ma per dare spazio alla protesta senza che però lui ne prendesse parte.
Al Politecnico di Torino è stato ritardato l’inizio dei corsi di un mese, se adesso non solo gli studenti e i ricercatori ma anche i professori mi impediscono di fare lezione come si può andare avanti. Non è che faccia una richiesta assurda, chiedo solo di poter esercitare l’unico diritto che ho: andare a lezione nulla di più.
Pietro Sineli, Torino
Gentile Direttore,Un mese fa sono andata a lezione, ma appena iniziata è entrata in aula una ragazza che gridando ci ha detto: "vogliono chiudere l’università pubblica e quindi dobbiamo uscire tutti e andare a protestare". Una esigua parte di studenti si è alzata ed è uscita, allora io, vedendo che la lezione non proseguiva, ho chiesto al professore di continuare. Il docente mi ha risposto che ormai “il popolo aveva parlato” e quindi non avrebbe proseguito la lezione, e se ne è andato.
Dopo aver iniziato un mese dopo le lezioni, alcuni laboratori non ci sono perché i ricercatori non vogliono farli. Oltre a non avvertirci su cosa succede, nemmeno chiedendo a quei pochi “studenti” che protestano, si riesce capire come stanno realmente le cose: vengono gridati slogan d’altri tempi di cui non si sa nemmeno il contenuto.
Ilaria Ganassini, Torino